INTERVIEW ON "SOLAR IPSE"
solar ipse
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Figures in a landscape
Sulle prime l’impressione è quella di trovarsi davanti un disco filologicamente retrostante (il post rock a cavallo del millennio), ma con gli ascolti ci si accorge che la scrittura è troppo difforme per rientrare nella categoria. Sto parlando di “The Night An Artificial Light”, esordio dei bolognesi Morse Code, una risorsa della musica non allineata che fareste bene a non lasciarvi sfuggire.

Ciao ragazzi! Se non sbaglio, il personale Morse Code un tempo prestava servizio nei Caboto…potreste riassumerci gli eventi che hanno portato alla formazione della band?

Innanzitutto ciao a tutta la redazione e ai lettori di Solar Ipse. Dopo lo scioglimento dei Caboto (avvenuto per motivi artistici e logistici) la voglia di suonare insieme non era venuta certo a mancare; è così incominciata una serie di suonate prima a due elementi, Alessandro e Stefano, e poi a tre, con Alessio (che nei Caboto suonava il sax, ma nei Morse Code è passato al basso), che si concludevano sempre con una cena nella soffitta di Stefano. I Morse Code partono così da una situazione ludico-musicale-enogastronomica all'insegna prima di tutto del divertimento e della ricerca musicale. Questo pensiamo emerga anche nella nostra musica, soprattutto nel desiderio di cambiare spesso atmosfere tra i pezzi. Dopo un po' però la cosa ha preso una direzione più seria e abbiamo deciso di darci un nome e soprattutto un progetto che per ora si è concretizzato nel nostro esordio.

Un brano come “New b” ricorda la lettura apocrifa che diedero gli U.S. Maple alla materia blues…

“New b” è uno dei primi brani che abbiamo composto, di getto, e pur essendo uno dei pezzi più corti, condensa molte delle anime che spaziano nei Morse Code e che si ritrovano negli altri brani del cd. Un'anima più distesa e potremmo dire quieta, una più "violenta" e martellante. Se con l'esempio degli U. S. Maple intendi il giungere a un'evoluzione e una personalizzazione di un genere, noi speriamo nel nostro piccolo di esserne protagonisti a nostra volta. Pensiamo, in questo senso, che questo derivi da una molteplicità di ascolti, ma anche da una distanza dagli ascolti, dal fatto cioé di essere recentemente un po' meno drogati di musica, ma più rielaboratori di quello che fa parte del nostro background e della nostra storia musicale.

Si, effettivamente l’album evoca una miriade di suggestioni diverse…il vostro modo di comporre però da più l’idea di un processo “a togliere” che “aggiungere”… se dovessi tirare in ballo un raffronto con l’arte visiva, farei il nome della tecnica décollage…

La molteplicità dei riferimenti e dei generi toccati (e magari anche un po' scombinati) con i nostri pezzi è dovuta alla volontà di sperimentare, di procedere a volte senza riflettere troppo su cosa succederà dopo, semplicemente buttandosi in quello che nasce al momento. Più volte abbiamo in effetti discusso tra noi proprio sul fatto di non appiattirci su un genere o un tipo di canzoni soltanto; poi è chiaro che resta uno stile di fondo che, crediamo, ci distingua; forse questo è dato dalla concezione ritmica (che probabilmente è anche l'eredità più avvertibile che ci hanno lasciato i caboto). E' chiaro che un processo compositivo che si sviluppa sul seguire l'istinto al momento, necessita spesso (ma non sempre) poi di un momento di riflessione,in cui magari decidere, décollage, di eliminare e soprattutto di limare le parti tra loro per far emergere quello che è il senso del pezzo.

Uno dei brani ha per titolo “Ikea Style”. A che cosa si fa riferimento, nello specifico? Non credo parliate della filosofia basso costo della multinazionale svedese, vero?

Eh eh. No, certo. In realtà il testo si riferisce allo stress da ikea e da centri commerciali in generale. Sei fermo alle code, quelle lunghe code infinite, è caldo e sei stanco. A un certo punto ti prende un colpo di follia (o di illuminazione, ma è quasi lo stesso..), abbandoni tutto e inizi ad andare lontano, a camminare per i prati, lungo le strade, alla ricerca di un nuovo stile o di un nuovo dio ("in search of a different god, diverse from the usual path") che, in fondo, sapevi già che non saresti riuscito a trovare tra le scansie dell'ipermercato. Sono luoghi strani in effetti queste cattedrali del consumo, piene di oggetti ma al contempo molto aride; possono però produrre effetti mistici o dopanti, il che è sicuramente interessante. Nota. Stiamo facendo un video di questo brano. Siamo entrati ad ikea con una telecamera nascosta in una busta per la spesa e abbiamo ripreso i piedi degli acquirenti che si muovono frenetici "in search of a new style".

In che percentuale sono importanti i testi nell’economia di una canzone Morse Code?

Il cantato è nato così, come un desiderio di urlare qualcosa, uno slogan, una frase ogni tanto, come un cane che di colpo abbaia lungo la strada e ti fa sobbalzare. Così l'idea di cantare spesso all'unisono, di cantare senza in realtà cantare. Il cantato è quindi un'altra voce, al pari di quelle degli strumenti, che entra ogni tanto. I testi nascono quindi entro questa idea, sono per lo più frasi che a volte, ma non sempre, diventano una storia. Il più delle volte non raccontano qualcosa, ma lasciano lo spazio per qualcosa, anche se in alcuni casi il testo collega a precise immagini come quel pezzo che parla di un certo sergio (ex sindaco assai controverso e contestato della nostra città...): Sergio are you mad? I had just a beer.

Un’altra track che mi piace parecchio è “Free Music”… per ribadire ancora una volta il concetto di musica che trascende il “suono”: personaggi di Chagall in lievitazione nella volta celeste…se state pensando che mi drogo, sbagliate! Forse eccedo un pochino nell’approccio psichedelico della “conversione in immagini”, ma no, non faccio uso di stupefacenti! Cinema e letteratura vi ispirano allo stesso modo della musica?

Ogni forma espressiva è fonte di ispirazione, e quindi certamente anche il cinema, la letteratura, i fumetti eccetera. Però anche la realtà può essere visionaria ed ispiratrice come e più dell'arte. Una volta girando in centro sentiamo un ritmo bellissimo e pensando fosse una band tipo hip hop che provava un pezzo pesisissimo in saletta cominciamo a seguire il suono per sentire meglio.... alla fine scopriamo la fonte del super ritmo: era un muratore che, con un badile, stava mettendo della ghiaia in una betoniera che girava (avessi avuto un registratore...). Free music parla proprio dell'effetto dopante che la musica è in grado di produrre, certamente sostanza psicoattiva.

Trovo molto interessante lo spirito che sta alla base delle Desert Session di Josh Homme: persone che non si conosco vengono fatte incontrare, ciascuno prende in mano uno strumento che abitualmente non suona nel gruppo da cui proviene e via che si jamma …se aveste l’occasione di fare una cosa del genere, chi comparirebbe nella “call to arms”? Su, mettete in moto la fantasia...

Si potrebbe pensare a Ronald Reagan alla balalaika, Boris Elstin con sombrero e maracas, Cristina D’avena al Flauto, Ryoji Ikeda al glockenspiel, Claudio Caniggia chitarra mariachi. Lasciare il campo alla fantasia può seguire binari strani. Viene in mente un concerto dei Calexico di tanti anni fa quando ancora non li conosceva nessuno. Piccolo baretto in un sotterraneo di Bologna, e loro che danno ad alcuni dei presenti delle maracas e degli altri strani oggetti per accompagnarli. Loro che bevono tequila e la offrono a chi ascolta. Ecco, la dimensione desert session dovrebbe essere entro questa comunalità e scambio, senza cadere nella performance fine a se stessa (o fine ai se stessi dei musicisti), e allora veramente non c'è limite alla fantasia. I nomi quindi. Troppi...

Un fenomeno sempre più in crescita è la vendita di singole canzoni sul music store di iTunes e lo scarico illegale dei “brani migliori” ..secondo voi, tutto ciò porterà gradualmente all’estinzione dell’album? Si? No? E’ un discorso che vale solo per l’arena del music business altolocato?

E'che in genere si è abituati a considerare l’estinzione come evento sciagurato piuttosto che un naturale passaggio del ciclo biologico. Da piccoli abbiamo opposto una certa resistenza all’avvento del cd, affezionati al cartone dell’Lp e al nastro magnetico. Ora sembrerebbe impensabile un mondo privo di musica digitale. E' però vero che la tendenza sembra ora portare ad una parcellizzazione, l’assunzione specifica di questo o di quel pezzo, trascurando gli interstizi. L’album ne potrebbe risentire allora come idea concettuale, più che come oggetto o prodotto economico. In questo senso, allora ci possiamo proclamare affezionati difensori dell'album, di quel prodotto che noi musicisti portiamo a voi ascoltatori e che non si esaurisce in un ascolto parcellizzato di un brano (alla metodo shuffle) ma racchiude un percorso musicale di un certo periodo che ci interessa provare a condividere.

Come mai la scelta di autoprodursi l’album? Dietro Monster records ci siete voi, no?

In realtà Monster Records nasce non solo allo scopo di autoprodursi, ma a seguito di varie riflessioni e coincidenze che hanno portato un'idea a concretizzarsi in un qualcosa che nel futuro penso si svilupperà oltre la semplice auto-produzione. Io (Stefano) da tempo, un po' stanco di inseguire le etichette e di vedere comunque rallentata la possibilità di uscire con un prodotto che fosse effettivamente rappresentativo del momento musicale prodotto (spesso se si esce, si esce con un ritardo di anche due anni dal momento di composizione), un po' perché i tempi mostravano come avesse sempre meno senso giungere all'ascoltatore tramite la rete distributiva dei negozi (che oramai spariscono ovunque), stavo pensando di creare un'etichetta che saltasse i canali distributivi classici e che giungesse direttamente ai giornali e agli ascoltatori. Questi canali, infatti, soprattutto per realtà piccole e di culto, costituiscono secondo me più un limite che una vera opportunità. La coincidenza è che proprio mentre facevo queste riflessioni ho iniziato a leggere un bellissimo libro edito Isbn di Simon Reynolds dal titolo "Rip It Up -post-punk". A un certo punto parla proprio delle prime etichette indipendenti, dell'idea (ora quasi banale, ma allora no) di mandare a spendere i canali delle major e di prodursi e vendere tramite posta i cd. Ecco, l'idea di Monster Records è questa: ogni cd in tiratura limitata a 200 copie sarà in vendita solo ai concerti o su richiesta. Non è quindi limitata la vendita di cd di band "vicine", ma anche di realtà musicali affini allo spirito che contraddistingue quelli che chiaramente sono i miei gusti musicali. Con l'intento di lasciare comunque la proprietà in mano agli artisti (ed evidentemente anche per non rientrare nuovamente in un'ottica del "ti produco quando ho i soldi"), l'intervento di monster records riguarda però solo l'attività di comunicazione con i media e il servizio di vendita per corrispondenza dei dischi. L'etichetta non finanzia i dischi, che rimangono a spese e di proprietà degli artisti.

Durante gli anni novanta un manipolo di band italiane, sotto l’egida sommaria del “noise” cominciò a flirtare proficuamente con l’estero (Uzeda su Touch & Go, i Three Second Kiss in tour costante negli stati uniti..) Secondo voi, fu un momento importante per la sprovincializzazione delle realtà nostrane?

Gli anni novanta sono stati un grande momento per le band e le etichette indipendenti italiane e sicuramente la possibilità di alcune band di portare il loro lavoro negli States è stato di grande importanza, anche solo come spinta all’aspirazione e al desiderio di portare avanti il lavoro dei gruppi e delle etichette. Anche noi con i Caboto, seppure non abbiamo avuto la possibilità di fare un tour negli States, abbiamo pubblicato il nostro primo lavoro con un’etichetta di San Francisco, ed è stato molto importante per la nostra credibilità anche a livello nazionale. Io (Stefano) personalmente con i Rose Island Road e Alessandro con i Nava Spaziala abbiamo vissuto gli anni ’90 intensamente, con grandi concerti e grande fermento attorno alle etichette (penso alla Gamma Pop etichetta dei Rose Island Road, dei Cut, ecc.). E’stato un momento che purtroppo nel tempo si è perso, un momento in cui veramente c’è stata una scena bolognese e italiana apprezzata e seguita da molte persone. Negli anni a seguire abbiamo più volte provato a dare una nuova spinta a quella scena ormai frammentata e dispersa. Purtroppo fino ad adesso, per molteplici ragioni, non si è ancora ricreato quello spirito. Vedremo in futuro…

Azzolina! Non sapevo che tu (Stefano) suonavi nei Rose Island Road… ho amato molto “Awaked and Astrayed” (Gamma Pop, anno 1999). Considerato poi che all’epoca, il sottoscritto seguiva una dieta a stretta osservanza punk-hc, beh, il ricordo è ancora più vivido! Lo acquistai dopo aver letto un a recensione in cui vi descrivevano come i Motorpsycho italiani.. in tutta franchezza però non trovai molto calzante il raffronto coi norvegesi. A me ricordavate più Flaming Lips e Polvo. Ci puoi raccontare come andò all’epoca? Il nome scelto si riferiva al brano degli Squirrel Bait di “Skag Heaven”? Per chi fosse ancora interessato al disco su Gamma Pop hai qualche indirizzo utile da fornire?

Ehi, sono contento che tu sia stato un fan dei Rose Island Road (oltre a essere uno dei pochi a scriverlo correttamente!). Per chi volesse il disco, può ordinarlo sempre tramite il sito www.monsterrecords.net; delle copie fortunatamente, o sfortunatamente, ne ho ancora). Che dire, per me i Rose Island Road rimangono l'esperienza più importante della mia storia musicale, perché insieme abbiamo iniziato a suonare (io e Francesco eravamo compagni al liceo) e abbiamo cavalcato un momento di grande entusiasmo e fervore attorno alla scena alternativa italiana. Ricordo grandi concerti al tpo di Bologna davanti al teatro pieno, ricordo uno stupendo concerto in Croazia con Cut e altri gruppi, ricordo, chiaramente, una grande data di apertura ai Motorpsycho allo Slego di Rimini. Io e Francesco (ora Juniper Band e You Should Play In a Band) avevamo appena compiuto ventanni e suonavamo con la band preferita da tutti e tre. Per anni la gente ci avrebbe ricordato per quella data. Si, sono d'accordo con te, i Rose Island Road (nome effettivamente preso dagli Squirrel Bait) sono più simili ai gruppi che hai detto, aggiungendo che l'altro Stefano (il bassista) era un amante assoluto di Husker Du e Sugar, e penso che anche quello si senta. Però i Motorpsycho ci hanno sicuramente influenzato molto (insieme ai blonde red head, ai Sonic Youth, agli Shellac e tanti altri gruppi che hanno gravitato a bologna in quegli anni). Come detto prima c'era una scena, eravamo tutti amici tra di noi (Three Second Kiss, Cut, Laundrette, ecc.), si suonava in giro assieme e si organizzavano concerti. Purtroppo è un'epoca che ora sembra lontana anche se vedo sprazzi di entusiasmi simili (come il Tago Fest e altri eventi). Poco tempo fa abbiamo pensato di riunirci, poi è sfumato tutto, anche se io e Stefano stiamo pensando di mettere su un progetto a due chitarre e voci. Vedremo..

Il rock nella lingua di Dante (Marlene Kuntz, Il Teatro degli Orrori..) rientra tra gli ascolti di cui parlavate all’inizio? Ci sono gli estremi per dire che il testimone del cantautorato nazional-popolare ‘70 “a pugno chiuso” è oggi nelle mani dei gruppi sopra citati? Non fosse altro che per una subitanea capacità di arrivare a tutti, dovuta all’idioma...

Quando parliamo di musica italiana alternativa indipendente abbiamo in mente piuttosto i Massimo Volume, geniali nella musica e nella parola. Comunque per un “accordo politico di gruppo” cantiamo in inglese. Non che ad alcuni di noi non piacerebbe cantare anche in italiano (oltre che sotto la doccia) però per noi è importante raggiungere una intesa comune e condivisa su quello che facciamo e quindi restiamo anglofoni (spesso anche sotto la doccia per la verità); tutto sommato, visto che tanto la nostra musica non sarà mai cantata intorno ad un falò in spiaggia, sennò arrivano gli sbirri (sia per la musica che per il falò) va bene così.

Ora parliamo del progetto (parallelo?) Brain In Vain guidato da Stefano e con all’attivo già una pubblicazione – “Inner Crowd” Monster Records. Anche qui, mi sembra si tenda a “lavorare con poco massimizzando il tutto”… il risultato finale però è decisamente più geometrico e reiterativo rispetto ai Morse Code. Cows, June Of ’44, Gastr Del Sol e un pizzico dell’imprinting metafisico di John Fahey le cose alle quali ho pensato ascoltando il disco..

Ti rispondo io (Stefano) in quanto 50 % dei Brain In Vain (non so se sono più il brain o il vain..). Penso che il fatto di essere in due ci ha portato a sviluppare molte soluzioni per rendere il suono comunque avvolgente e pieno, pur mantenendo un suo equilibrio tra i due strumenti utilizzati. In questo ci ha aiutato l’essere due persone molto attente all’altro nell’ascolto e nelle sue proposte e nel fatto di utilizzare la voce e il looper (su giri di chitarra) come una base ripetuta per le divagazioni dei due strumenti. I brani nascono quindi in maniera diversa che con i morse. Qui si parte da grandi improvvisazioni (date anche da una grande intesa tra noi due) da cui estrapoliamo le idee per i pezzi. A furia di procedere così ci siamo trovati con mille idee, da cui sono nate altre mille idee. Proprio per questo siamo già arrivati ad avere 7 pezzi nuovi rispetto all’album citato, che hanno evoluto penso ancora di più il discorso avviato con “Inner Crowd”, sviluppando soprattutto l’uso della voce, sempre come un mantra, ma soprattutto sciogliendoci anche spesso da una foga che forse contraddistingue il primo disco pur mantenendo la stessa tensione. Mi fa piacere che i nomi che hai detto, oltre che piacermi assai, sono secondo me ben presenti nei nuovi brani.

Riuscite a trarre dell’energia dal pubblico che presenzia ai concerti dei Morse Code o il flusso è unidirezionale?

Bè, non è che abbiamo una grande attività live al momento; d'altra parte il disco è appena uscito, e speriamo che anche questo ci aiuti a fare più concerti dal vivo, si suona e ci si prepara proprio per quello perchè, è chiaro, suonare dal vivo è bellissimo. E' capitato suonando di ricevere dei segnali di apprezzamento, di rendersi conto che la gente resta ammirata e colpita dalla proposta, ed è certamente un fatto lusinghiero e che ti dà molti stimoli. Altre volte l'audience sta in silenzio e comunque devi arrivare in fondo al concerto, magari impegnandoti ancora di più per portare la gente dalla tua parte e fargli capire o apprezzare quello che fai. Di base noi crediamo nella musica che suoniamo e ci divertiamo a suonarla e ad ascoltarla, questo è il fatto più importante per il gruppo. Poi naturalmente vogliamo e cerchiamo di incontrare il pubblico ed anche di soddisfarlo, se possibile, ma questo è un discorso diverso ed anche pericoloso per chi produce musica perché, cercare di piacere a tutti i costi spesso rovina la musica (che alcuni chiamano prodotto, sarà un caso?). Per noi ascoltare della bella musica, fatta da una superstar o da un gruppetto sconosciuto non fa differenza, se ci arriva un'emozione, una visione, qualcosa di bello, siamo contenti e soddisfatti. Se poi uno che fa della musica che ci piace ha successo e diventa famoso siamo i primi ad essere contenti; ma per noi che facciamo musica il piacere estremo è anche proprio quello di scovare della roba bella ma un po' oscura e poco conosciuta.

Mi aggancio all’ultima parte della risposta per accedere al periglioso discorso sui trend…molto spesso, la reazione davanti a questa parolina è: repulsione, inautenticità, profitto. Io però sono dell’idea che tali indicatori sul presente/futuro del gusto portino con se anche aspetti positivi. Oltre a una pregnanza dei linguaggi in uso, “la moda” contribuisce, a volte, alla rivalutazione degli input/fari ispirativi da cui essa stessa ha preso vita (esempio cinematografico: fenomeno tarantino che ha aperto gli occhi sui B-movie italiani). Per contro, quando un suono/estetica funziona arrivano centomila fotocopie, ma fa parte del gioco, no?

I trend sono in parte il prodotto dell'industria, che vuole bissare il successo già ottenuto da altri con una proposta musicale, in parte però è normale che la gente voglia riproporre cose che gli sono piaciute; ognuno aggiunge poi il suo stile al modello e, tutto sommato, questo metodo umano, può portare un progresso; la musica nera va avanti così da anni e, tra tante fotocopie, salta fuori a volte qualcosa di valido e di nuovo (pur se strettamente radicato e contestualizzato in una tradizione musicale). Per esempio i White Stripes, che piacciano o meno, hanno rispolverato un po' il blues, e rivoluzionato il concetto di band (solo due elementi), il loro successo secondo noi ha aperto le porte anche ai Black Keys che lavorano sempre nel campo blues con lo stesso formato, magari con uno stile diverso dai White Stripes. A me (Alessandro) il blues piace e quindi sono contento ed apprezzo entrambe le proposte musicali, anche se preferisco un pò di più i Black Keys, ma è solo questione di gusti. E' chiaro poi che se escono duecento duetti blues rock mi scasso un pò.... ma chi ha delle idee originali resta (speriamo...).

Ok, siamo giunti al capolinea. Congedatevi come preferite e grazie per la chiacchierata!

Grazie a te Loris e complimenti ancora per la stupenda fanzine. Era tempo che non trovavamo una rivista così appassionata e precisa nell'analizzare la scena alternativa internazionale e italiana. Ci fa ben sperare sul fatto che la scena alternativa nostrana sia ancora non solo viva e vegeta, ma anche reattiva e, speriamo, rivoluzionaria! Rock and roll!!
CUT IT, PRESS IT, DISTRIBUTE IT/XEROX MUSIC IS HERE AT LAST
(desperate bicycle, don't back the front, 1977)